mercoledì, gennaio 31, 2007






















Un omaggio a Giulia e Tania che mi hanno regalato questi bellissimi disegni !

martedì, gennaio 30, 2007

La superficie di Dio


Sapevate che qualcuno è riuscito a calcolare la superficie di Dio? L'autore di questa titanica impresa è stato nientepopodimenoche il Dottor Faustroll, colui che è considerato il primo docente di "Patafisica" della storia. La Patafisica è la "scienza" delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità. Questa scienza, sebbene basata su rigorosi assiomi, contrariamente alle altre scienze non si occupa delle regole, ma piuttosto delle eccezioni. Il padre della Patafisica è Alfred Jarry, autore dell'opera "Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, 'Patafisico", che ne è il vero e proprio manifesto, e della pièce teatrale "Ubu cornuto", il cui protagonista è appunto Ubu re, personaggio meschino, crudele e repellente. A Parigi nel 1948 fu fondato il Collegio della Patafisica (il Collège de Pataphysique) e nel 2000 ne è nato uno anche a Londra.
Perchè vi racconto questo? Per invitarvi all'ascolto e alla scoperta del grande compositore francese Eric Satie, di cui proprio oggi ho riascoltato le meravigliose Gymnopédies e le Gnossiennes. La suggestione e il fascino scaturiti da queste brevissime composizioni per pianoforte è incredibile. Nonostante la loro fragile semplicità riescono a rapire e a condurre lontano. Forse proprio perchè in esse si nasconde il segreto dell'inafferrabile leggerezza del pensiero patafisico? Chissà, questo sta a voi scoprirlo. Buon ascolto

eppure sentire (un senso di te)

scrivo il testo di questa canzone che mi ha praticamente stregata... non so se avrà lo stesso effetto...ascoltatela perchè è bellissima e poi è di elisa una garanzia!

A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che nonho
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
Un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
Un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te

lunedì, gennaio 29, 2007

La sconosciuta



Ho un film da consigliare. "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore, del 2006. Eccone una breve recensione.

Tornatore vince a Roma il premio del pubblico al nuovo festival del cinema inaugurato quest’anno nella capitale col suo ultimo film “La sconosciuta”, e con esso segna nella sua filmografia anche un ritorno al thriller, o perlomeno in parte... Difatti non si tratta solo di thriller, ma di certo questo ne costituisce la parte più succosa. L’incipit è decisamente intrigante. Il mistero che accompagna l’azione della giovane donna ucraina Irena e dei suoi tentativi di essere assunta come governante nella casa della famiglia di ricchi orafi Adecker basta a tenere inchiodato lo spettatore alla sedia. La suspence aumenta, la donna dimostra di essere pronta a tutto per raggiungere il suo scopo, anche a macchiarsi di un delitto: ma di tutto questo Tornatore ci nega ancora un movente, se non fosse per i brevi flashback che attraversano i primi minuti: schegge di memoria in pochi fotogrammi che ci fanno solo intuire le tracce di un torbido passato, un violento trauma ancora non superato dalla protagonista e da cui probabilmente ancora fugge, ma che non bastano a placare la nostra curiosità.
Il regista riesce a giocare sul filo sottile della tensione con sapiente maestria, senza evidentemente dimenticare la lezione dei grandi maestri, Hitchcock su tutti, sfiorandone spesso la citazione.
Nella seconda metà molte verità vengono alla luce e il ritmo e la tensione calano di conseguenza, il tutto si tinge comunque di intenso melodramma. Le caratteristiche per un film di denuncia non mancano ma il regista decide di non marcare troppo questo aspetto e ci lascia ancora sospesi nel dipanarsi dell’intreccio. Al centro della storia c’è il profondo rapporto che si instaura tra la protagonista e la piccola Tea, la figlia dei coniugi Adecker; un legame che segnerà una svolta nella vita di entrambe e che riuscirà a sopravvivere nel tempo. Sorprese e colpi di scena ce ne sono in abbondanza e c’è anche un finale agrodolce che dopotutto non delude.
La sconosciuta attrice, come da titolo, Xenia Rappenport nel ruolo della protagonista è affascinante ed intensa. Il suo personaggio dosa forza e fragilità, caparbietà e debolezza senza mai eccedere, delineando così un carattere complesso e sfaccettato. Non si può dire lo stesso per tutti gli altri personaggi: il perfido Muffa ad esempio, interpretato dall’irriconoscibile Michele Placido, è decisamente troppo marcato, a tratti addirittura mefistofelico, privo perciò di un verosimile spessore psicologico. Come al solito monodimensionale la Gerini. Malgrado questo il cast è di tutto rispetto: Margherita Buy, Alessandro Haber, Pierfrancesco Favino, accompagnati brillantemente dalla piccola Clara Dossena al suo esordio. Il film scorre senza mai annoiare, sa emozionare, anche grazie alla colonna sonora dell’inossidabile Ennio Morricone, che commenta la vicenda con decisione e che a volte sa trascinare più delle stesse immagini.
Tornatore ci regala perciò nuovamente suspense e coinvolgimento emotivo come non faceva da tempo. Bisogna tornare indietro fino al ‘94 per ritrovare qualcosa del genere, con “Una pura formalità”: allora fu capolavoro. Il Tornatore di oggi, senza dubbio con più esperienza e con più disponibilità di mezzi, non riesce a ripetere quell’impresa, ma confeziona comunque un ottimo film, ben realizzato, non perfetto ma sicuramente da vedere.

Oggi ho assistito ad un seminario tenuto da ARTURO PAOLI, un prete 95enne troppo forte!
ha consigliato un libro:"NUTRIRE LA VITA"

Una riflessione sulla morte

Tu pure, morirai.

La morte è un’immagine per il gusto dei greci di fare immagine ogni evento importante, decisione passata nel cristianesimo che mette sotto la protezione di santi, tutti i passaggi di tempo e tutte le varie attività dell’uomo. Nella cattedrale della mia città natale, Lucca, la morte è l’immagine della giovanissima moglie del signore della città, Paolo Guinigi. L’arte di Jacopo della Quercia schiude la nostra fantasia al ricordo di Francesco Tetrarca davanti alla giovane amata stesa sul letto di morte. “Morte bella parea nel suo bel viso”. Il letto funebre della giovane Ilaria del Carretto è festosamente acceso dalla danza di putti che sostengono una primaverile ghirlanda. La danza pare fermarsi davanti al visitatore preso dall’incanto suscitato da questo considerato uno dei monumenti funebri più belli del nostro rinascimento, con l’avvertimento: non destate, non scuotete dal sonno l’amata finché essa non lo voglia (Ct. 3,7). Vicino a questo monumento funebre, un sepolcro sormontato da un teschio ci ricorda a caratteri greci che “tutte le cose sono mortali, immortale è solo la morte”. “Ricordati uomo, che non puoi sfuggire alla morte”. Un bel libro francese “L’uomo e la morte” che lessi parecchi anni fa, è una rassegna dell’atteggiamento di diverse culture in diversi tempi di fronte alla morte. La morte è un’astrazione, esistono gli esseri umani che si allontanano per sempre dalla convivenza con gli altri. I testimoni di questa scomparsa e di questa assenza, e le varie reazioni di pace, di rivolta, di accettazione rassegnata e talvolta di liberazione per la prossimità ad una sofferenza troppo prolungata e troppo lacerante, è la nostra storia quotidiana.Nell’educazione cattolica la notizia della morte è stata trasmessa avvolta da presagi tenebrosi, basta ricordare l’inno “dies irae” che pure ha avuto commenti musicali celebri. Ricordo un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nell’Arena di Verona diretta dalla bacchetta meravigliosa Georges Prêtre seguita da un silenzio solenne di chiesa sboccato in un applauso finale che sottolineava la profonda emozione del pubblico; ma l’appello finale tenerissimo non cancella l’immagine di un tribunale rigoroso dominato dallo sguardo infallibile di un Dio che scruta le trasgressioni dell’uomo. “Ti ho lasciato la libertà di fare tutto il male di cui sei stato capace, ma ora sei nelle mie mani e non mi sfuggi”. Credo che questo inno sia stato escluso dalla liturgia dei defunti perché quel fratello di Giobbe che si alza come un gigante dalla polvere per interpellare il suo creatore, oggi non esiste sulla faccia della terra. La bestemmia di Giobbe è una preghiera e talvolta, in questa società del denaro e dei consumi, la preghiera può essere una bestemmia. L’uomo di oggi pare disorientato nell’esperienza della sua esistenza ed è più vicino al Giobbe disorientato di fronte al mistero, che al Giobbe che ha conosciuto il Dio amore che sembra eclissato dalla sua vita: uno muore in piena salute – tutto tranquillo e prospero – i suoi fianchi sono coperti di grasso – il midollo delle sue ossa è ben nutrito – Un altro muore con amarezza, con amarezza in cuore senza mai aver gustato il bene – nella polvere giacciono insieme i vermi li ricoprono (Gb. 21). Nel “dies irae” risuona questo confronto drammatico: tutte le azioni compiute sulla terra sono sotto i tuoi occhi e ci accusano. La chiesa sa che l’epoca di questi giganti della fede che guardano il sole ad occhi aperti ed osano rimproverarlo: troppa luce per il nostro sguardo, è tramontata per sempre e il grande inno medievale è solo una grandiosa scena di un’epoca lontana. Resta ancora, sempre più flebile, l’uso di scongiurare la paura della morte depositando nel banco dello Spirito Santo dei titoli valevoli nell’aldilà. Un libro molto gustoso rappresenta un mercante di Prato che corre affannosamente alla ricerca di accumulare soldi perché vuole assicurarsi una vecchiaia comoda e felice; ma arrivato agli ultimi tempi si accorge che presto batterà alla porta della morte, e la paura gli porta via tutti i soldi accumulati con furba capacità.Un’angoscia profonda riempie oggi il vuoto scavato dalla perdita del senso vero ed unico dell’esistenza, la gioia. La morte diffusa dall’uomo sulle cose create e su gli esseri umani (un bambino muore di fame ogni otto secondi) denunzia questa angoscia che rode il cuore dell’uomo specialmente quello definito felice perché sazio. A proposito di morte, leggendo un filosofo francese (1) mi ha colpito la scoperta che un saggio cinese vissuto tre secoli prima di Cristo, Zhuangzi, che parla dell’essere umano come di un corpo abitato da un soffio celeste. Questa notizia mi ha fatto trasalire di gioia perché da tempo la mia spiritualità è orientata da due consigli-ordini che Paolo rivolge ai cristiani: “Non rendete triste lo Spirito” (Ef.4,3); “Non spengete lo Spirito” ( 1Tess. 5,19).La tristezza dello Spirito-Soffio mi ha portato all’immagine di un uccello catturato in una gabbia, che sbatte tutto il suo corpo vivacemente sulle sbarre e cade sul fondo triste perché non potrà più tornare allo spazio celeste che è il suo. E il soffio si spenge per sempre per un mucchio di pietre che l’esistente vi ha gettato sopra. Questo indirizzo di spiritualità offre dei vantaggi: il primo, il fatto di essere di una semplicità che dispensa da letture, da scuole, da maestri perché il solo compito lasciato al credente è solo quello di liberare il soffio per affidarlo ad un altro Soffio potente, sicuro, che lo guida e lo travolge: “Voi non siete più sotto il dominio della carne ma dello Spirito…se vivete secondo la carne, voi morirete, se invece con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere della carne, voi vivrete” (Rm.8). Il secondo dono di questa spiritualità è che al posto di maestri che spesso accumulano pesi sopra altri pesi, potete incontrare un amico che vi aiuti a liberare il soffio dagli intralci che lo tengono schiavo. Vi aiuterà, se il soffio si muove in lui, con libertà. Allora la morte non esiste più. Il solo maestro che noi dobbiamo riconoscere come l’unico, Gesù, a Nicodemo che gli chiede timidamente di essere il suo direttore spirituale, risponde: “Il vento soffia dove vuole, e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (Gv.3,7). Accogliere nel silenzio e meditare queste parole e farle metodo della nostra preghiera e della nostra crescita nell’amore, vuol dire liberarci definitivamente dalla morte. Allora è da adulti aver paura del nulla?
(1) “Nutrire la vita”, François Jullien, Raffaello Cortina Editore

domenica, gennaio 28, 2007

Benvenuti...

Benvenuti in uno spazio amichevole, in una sorta di caffè virtuale, dove potrete raccontare storie, far due chiacchere come al bar, parlare di ciò che più vi interessa,consigliare e proporre film, musica, libri, articoli, eventi, sagre, mostre e convegni....a voi la parola!!