C’è un bel pianosequenza di Pasoliniana memoria dove Accorsi insegue la Ferrari fino al loro nido d’amore. Bello si, ma che c’entra? Tutto intorno ansima un film di una noia mortale, fatto di stereotipi costruiti su misura per compiacere un pubblico inebetito. Le tematiche in voga ci sono tutte: Coppie gay, eutanasia, droga, coppie in crisi, quarantenni allo sbando: tutte rigorosamente e sapientemente toccate e mai approfondite. Lo sguardo superficiale che ne consegue è pure insopportabilmente ben girato. Il regista ci sa pure fare, sa muovere la macchina da presa e allentare il ritmo quando serve, ma questo lo rende ancor più inguardabile. Tanta fatica per cosa? Il cast poi è totalmente allo sbando. Potrei insultarne uno per uno ma non mi dilungo: paradossalmente la più simpatica risulta
la Angiolini che, alle prese con una macchietta, fa ridere da quanto fa pena.
Da segnalare assolutamente anche i bambini che, come va tanto di moda ora nel cinema italiano, parlano verosimilmente come Freud e infondono più ansia e delirio esistenziale dell’opera omnia di Strimberg.
La storia e i dialoghi brancolano nel buio. Il tentativo sarebbe quello di creare un film corale ma il risultato è un disastro. Il regista si ritrova ad avere in mano un manipolo di personaggi che non sa dove mettere e come muovere. Quando è il momento poi per Ozpetek di trovare un finale a questo sfacelo l’appiglio più vicino a cui aggrapparsi è sicuramente quello dell’affetto ritrovato tutti insieme stile “Il grande freddo”. Vincono però come al solito solo i buoni sentimenti, quelli della peggior fattura naturalmente. Se andate al cinema sedetevi vicino all’uscita: mi ringrazierete per questo consiglio quando finalmente arriveranno i titoli di coda e potrete correr fuori a respirare. Un film che, pare incredibile, fa quasi rimpiangere Muccino, e con questo ho detto tutto.