venerdì, marzo 09, 2007

Addio Radio de l'ART



Niente da fare, Radio de l'ART non c'è l'ha fatta a sopravvivere. Evidentemente era una radio scomoda, era una radio libera, rivoluzionaria e per questo inaccettabile per qualcuno.
Il mondo non è ancora pronto forse...comunque
Addio Radio de l'Art, addio!
Non ti dimenticheremo mai

domenica, marzo 04, 2007

Tumbala tumbala tumbalalaika


Segnalo questa canzone "Tumbalalaika" di Andrea Guerra dal film Prendimi l'anima.

Ascoltatela e fatemi sapere

giovedì, marzo 01, 2007

Comunicazione di servizio


Radio de l'ART, come promesso, è tornata.
Ma i problemi tecnici di trasmissione incombono.
Speriamo che duri.

Tutti contro Saturno contro

C’è un bel pianosequenza di Pasoliniana memoria dove Accorsi insegue la Ferrari fino al loro nido d’amore. Bello si, ma che c’entra? Tutto intorno ansima un film di una noia mortale, fatto di stereotipi costruiti su misura per compiacere un pubblico inebetito. Le tematiche in voga ci sono tutte: Coppie gay, eutanasia, droga, coppie in crisi, quarantenni allo sbando: tutte rigorosamente e sapientemente toccate e mai approfondite. Lo sguardo superficiale che ne consegue è pure insopportabilmente ben girato. Il regista ci sa pure fare, sa muovere la macchina da presa e allentare il ritmo quando serve, ma questo lo rende ancor più inguardabile. Tanta fatica per cosa? Il cast poi è totalmente allo sbando. Potrei insultarne uno per uno ma non mi dilungo: paradossalmente la più simpatica risulta la Angiolini che, alle prese con una macchietta, fa ridere da quanto fa pena. Da segnalare assolutamente anche i bambini che, come va tanto di moda ora nel cinema italiano, parlano verosimilmente come Freud e infondono più ansia e delirio esistenziale dell’opera omnia di Strimberg. La storia e i dialoghi brancolano nel buio. Il tentativo sarebbe quello di creare un film corale ma il risultato è un disastro. Il regista si ritrova ad avere in mano un manipolo di personaggi che non sa dove mettere e come muovere. Quando è il momento poi per Ozpetek di trovare un finale a questo sfacelo l’appiglio più vicino a cui aggrapparsi è sicuramente quello dell’affetto ritrovato tutti insieme stile “Il grande freddo”. Vincono però come al solito solo i buoni sentimenti, quelli della peggior fattura naturalmente. Se andate al cinema sedetevi vicino all’uscita: mi ringrazierete per questo consiglio quando finalmente arriveranno i titoli di coda e potrete correr fuori a respirare. Un film che, pare incredibile, fa quasi rimpiangere Muccino, e con questo ho detto tutto.

martedì, febbraio 27, 2007

RESPIRO




Grazia è la giovane madre di un'adolescente e di due ragazzi. Personalità bizzarra e affettuosa, canta le canzoni di Patty Pravo e cerca di rendere felici quelli che ama: suo marito, i suoi figli e i suoi cani. Ma il villaggio non sopporta la sua spensieratezza e la sua libertà. Pietro, suo marito, subisce la pressione della comunità e decide di mandarla a Milano.
Pasquale, suo figlio di 13 anni, solo contro tutti, troverà il modo di proteggerla...

Film uscito nel 2002, interamente girato a Lampedusa, rappresenta uno spaccato della vita lampedusana di qualche anno fa.In questo micromondo selvatico sensuale e tremendamente azzurro, in cui la modernità è un accessorio che poco intacca codici secolari di comportamento sociale, vive una donna che assomiglia alla sua isola per essere ventosa e un po’ selvaggia, ma non assomiglia alla sua gente, che la considera pazza, poiché la sua indomita esuberanza non è contemplata nei suddetti codici isolani.

Semplicemente magnetico..

mercoledì, febbraio 21, 2007

info arsenale

Giovedi 22 febbraio alle ore 20.00 all'Arsenale, la proiezione del film Il vento che accarezza l'erba di Ken Loach, sara' preceduta dalla lettura dal vivo del racconto di Frank O'Connor Guests of the Nation, da parte di Elizabeth MacDonald.
Prosegue con questo secondo appuntamento la rassegna sul cinema e le arti, una riflessione tra arte riprodotta e arte dal vivo che questa volta propone il racconto di uno scrittore che aveva il raro dono di sapere ascoltare le voci delle persone, sapeva immedesimarsi nei loro piccoli e grandi drammi sforzandosi di comprenderle anche se erano lontane dal suo modo di vedere e sentire.
Frank O'Connor aveva il pregio intellettuale e umano di coltivare il metodo del dubbio. Lo coltivò rigorosamente e coerentemente non solo nei racconti di preti, bambini, donne, anziani, ma anche in quelli della guerra civile. Nei suoi racconti sulla guerra civile si coglie una coraggiosa autocritica secondo cui anche le cause giuste (vedi il racconto Ospiti della Nazione) contengono il male incurabile della mistificazione e del tradimento dei loro principi quando ricorrono allo strumento dell'azione militare. I personaggi, per quanto nobili siano i loro ideali, non vengono descritti come eroi perché O'Connor è consapevole che essi agiscono sulla spinta emotiva, non quella razionale.
Ken Loach con il suo film rivisita l'Irlanda degli anni '20 e la guerra civile attraverso il destino di due fratelli rivali, indagando le dinamiche che conducono una persona dotata di cultura e di valori ad impugnare le armi per difendere i deboli contro le prevaricazioni di un Impero.
Il Damien di Loach potrebbe diventare un tranquillo borghese; si troverà invece a confrontarsi su sponde opposte con il proprio stesso sangue. "È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede" scriverà. Loach ne è consapevole e in questo film più che mai finisce con l'interrogarsi sulle ragioni degli uni e degli altri.

Comunicazione di servizio





Purtroppo, per problemi tecnici, Radio de l'ART sarà inattiva fino a Marzo.
Lo so, sarà dura farne a meno, ma fatevi coraggio.

martedì, febbraio 20, 2007

Primo Amore



Non volendo anticipare nulla, mi limito a consigliarvi questo film che mi è piaciuto davvero tanto! Dal titolo si preannuncia chiaramente una storia d'amore, forse dai toni sdolcinati.. in realtà non è assolutamente così. Qui si parla di un amore profondo, un amore viscerale, che supera le viscere e arriva fino alle ossa... buona visione!

sabato, febbraio 17, 2007

Bulimia sessuale

E' indicata come un vizio morale, ma in realtà rappresenta una nuova forma di perdita di controllo, in cui l'oggetto di godimento è semplicemente spostato dal cibo al corpo erotizzato.
Si tratta di un desiderio "eccessivo" non tanto per la quantità, ma per la scarsità della soddisfazione che si trae dalle esperienze. Come nella bulimia alimentare, il sesso qui non è fonte di piacere, ma di gratificazione ad altri livelli.
Altre forme di bulimia "non alimentari" sono già studiate da anni e curate a livello specialistico (il gioco d'azzardo, l'alcolismo, ecc), ma questa nuova forma non aveva ancora trovato in Italia una risposta clinica e una dignità di sofferenza mentale che necessita di cure psicologiche.

venerdì, febbraio 16, 2007

Radio de l'ART


Potete scorgere sulla colonna sinistra del blog la nuova Radio de l'ART. Brani accuratamente scelti per voi, per farvi ascoltare tante belle canzuncielle. Spippolate pure, spippolate!

giovedì, febbraio 15, 2007

Ortoressia



L'ortoressia (dal greco orthos "corretto" e orexis "appetito") è descritta come un' eccessiva forma di attenzione alle regole alimentari, a volte maniacale, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. Il dietologo Steve Bratman, che si autodefinisce ex-ortoressico e che ha formulato un questionario allo scopo di identificare questa psicopatologia, è stato il primo a descriverla nel 1997.

Talvolta nasce dalla paura di ingrassare o di non essere in perfetta salute e conduce a un risultato opposto con conseguenze negative sul sistema nervoso, che il soggetto avverte con difficoltà. È classificata come disturbo dell'alimentazione, ma non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dal mondo della psihiatria, per questo motivo non rientra nel manuale americano DSM IV ( Manuale Diagnostico Statistico 4 edizione).

La psicoanalisi odierna tende a dare sempre più peso a questa forma di mania per le regole eccessive, rivolte in particolare al cibo, ritenendo che si stia diffondendo silenziosamente e coinvolga soprattutto individui di sesso femminile. Sono stati riconosciuti diversi livelli di ortoressia, a partire da forme più lievi e transitorie fino ad arrivare a situazioni quasi maniacali, ma non sono stati ancora definiti in termini clinici.

Le cause portanti di questa malattia della psiche sono da ricercarsi nei ritmi di vita forzati della società moderna e dai modelli di bellezza e salute sempre più rivolti al consumismo piuttosto che a una reale attenzione per l'individuo. In particolare per i soggetti di sesso femminile, le scale di valutazione del rapporto salute-bellezza-autostima vengono spesso mescolate e stravolte, risultando spesso più importante apparire belle che essere davvero in salute. Motivazioni alimentari, psicologiche, etiche, supportate spesso da tradizionalismo e/o spinte commerciali, hanno creato un'infinità di modelli sociali differenti e una scelta di norme di vita spesso in totale conflitto con un'esistenza sana ed equilibrata.

Il ragionamento compiuto dall'ortoressico si ripercuote nell' incapacità di vivere il proprio presente, poiché il futuro diviene un'ansia continua di prevenzione per ogni aspetto personale e alimentare, mentre il passato si connota in una raffigurazione costante di occasioni mancate, nostalgie e rimpianti.


Test di Bratman


Secondo il seguente test ideato da Bratman, una risposta affermativa a più di 4 domande ci classifica all'inizio della patologia ortoressica, sino a un livello maniacale nel caso di tutte le risposte positive:


1) Spendi più di 3 ore al giorno riflettendo sulla tua alimentazione?
2) Pianifichi i tuoi pasti diversi giorni prima?
3) La possibilità che i cibi che assumi ti facciano ingrassare è sempre più importante del piacere di mangiarli?
4) Lo stato di ansia nella tua vita è aumentata da quando hai riflettuto sulla tua alimentazione?
5) Sei diventato più severo con te stesso nei confronti del tuo comportamento quotidiano e alimentare?
6) La tua autostima aumenta quando ti alimenti in modo corretto?
7) Hai eliminato radicalmente diversi cibi che ti piacevano in favore di cibi più salutari?
8) Ti riesce più difficile mangiare fuori casa, in ristoranti diversi?
9) Ti senti in colpa quando non mangi in modo corretto?
10) Ti senti in pace con te stesso e in pieno controllo quando mangi in modo corretto?


Adesso ne sapete una in più!

Proiettare Emozioni







Mostro il volantino relativo al progetto "PROIETTARE EMOZIONI" un'iniziativa volta ad unire due strumenti importanti del Novecento: la psicanalisi e il cinema, quest'ultimo visto come proiezione sullo schermo di una serie di emozioni e problematiche che mirano ad approfondire il vissuto umano, in particolare le sue emozioni e le interazioni con l'ambiente circostante. siete tutti invitati! e poi è GRATIS!!!

Mi piace lavorare - Mobbing

Si tratta di un film straordinario, coraggioso e caparbio nel perseguire il proprio scopo. Quella che Francesca Comencini racconta è una storia di tutti i giorni, terribilmente comune, nata per l’appunto dalle vere testimonianze di lavoratori che hanno denunciato le vessazioni subite sul posto di lavoro. La quotidianità delle situazioni descritte è raggelante, ci troviamo di fronte ad una narrazione asciutta, esigua, ridotta ai minimi termini. La macchina da presa quasi scompare, si spoglia di ogni orpello stilistico e abbraccia la crudezza del documentario. Nicoletta Braschi, finalmente dimessi gli abiti da fatina, interpreta alla grande la madre lavoratrice che resiste con forza e ostinazione alle persecuzioni e alle angherie di un ambiente di lavoro ostile. Casi di mobbing, casi che accadono ogni giorno e troppe volte passano inosservati. La condizione di chi per “arrivare alla fine del mese” è costretto ad accettare compromessi, ad abbassare la testa e rinunciare poco a poco anche alla propria dignità. La storia tratta non solo gli aspetti lavorativi. Il rapporto madre-figlia è reso con disarmante veridicità: non viene tralasciato quell’affannoso confronto col peso delle piccole cose di tutti i giorni (il rientro a casa la sera o il saggio alla scuola di danza). La bimba, Camille Dugay (in realtà la figlia della regista), ha talento da vendere. Ma il nucleo del film si articola tutto in quei corridoi bianchi, tra una fotocopiatrice ed un distributore di caffè, in quell’aria greve di consueta routine: il rapporto coi colleghi è forse l’aspetto trasposto sullo schermo più efficacemente. Ogni personaggio si muove distrattamente, frettolosamente perso dietro ai propri problemi e le proprie angosce (vedi la collega che cerca di nascondere i segni della sua recente gravidanza) : lo spettatore ben presto si riconosce anch’egli perso in quella massa indifferente che scivola a fianco della vita degli “altri” e per gli “altri” non ha tempo.
Esiste dunque anche in Italia un cinema coraggioso e schietto, che se ne frega una volta tanto di piacere e di compiacere. Il film sarebbe forse da sconsigliare a chi già vive faticosamente le frustrazioni per il proprio lavoro, il rischio di esacerbare le proprie ansie c’è tutto. Sarebbe importante però vederlo comunque, forse per tentare una volta tanto di aprire un po’ gli occhi e non tornare a perdersi nuovamente in quella massa indifferente e meschina, che inconsapevolmente, quotidianamente discrimina, distrugge e troppe volte lascia morire.

sabato, febbraio 10, 2007


Metodico rito sconvolto talvolta da umide lacrime,
pari stanco di fronte al tuo tormento
ma non sganci la presa
resti appeso
alla nave che sospinge il tuo malore
in un torbido fronzolare di pensieri
appesi ancora come panni stesi
alle reti di un cancello un po’ arrugginito dal tempo
dal male
dal dolore
dal sapore
di una violenza ricercata inspiegabilmente voluta e
ti lasci cullare nell’ottica di un cerchio evanescente che ripropone i tuoi più mistici movimenti in modi alquanto astrusi.




Odo nere macchie di fumo che si avviluppano su di me.
Pori trasparenti incrinano i miei sensi,
brividi frantumano gelidi di ghiaccio
una brina cosparsa sulle cavità dei miei ventricoli
nessuno può capire.

giovedì, febbraio 08, 2007

Mamma Roma: addio!


Pubblico questa poesia del mitico Remo Remotti: scrittore, poeta, attore, personaggio da sempre fuori dalle righe e oramai da molti considerato "cult". Leggetela pure, ma consiglio vivamente a tutti di ascoltarla recitata dallo stesso Remotti. E' quasi un peccato separarla dalla sua voce unica ed inimitabile.

A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del "volemose bene e annamo avanti", da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei "Sali e Tabacchi", degli "Erbaggi e Frutta", quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle...
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione...
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti...
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini...
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell'Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano...
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del "core de Roma"...
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei "che c’hai una sigaretta?", "imprestami cento lire", quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma di merda! Mamma Roma: Addio!
Vacuo etere
Eterogeneo dolore.
Mi lascio fluttuare in un’ampolla di vapore.
La nebbia mi avvolge in uno sciame soporifero.
E il ronzare dei suoi insetti mi stordisce poco a poco..
Un martello sulla sabbia come un
Chiodo nella lana.
Come una gravida medusa spingo il vortice fluido che mi avvolge a spirale
Linfa lattiginosa e non mi so liberare..

mercoledì, febbraio 07, 2007

Mica male Mahler

Un ascolto “impegnativo” non richiede sempre e comunque uno sforzo mentale, non deve essere sempre per forza un sacrificio. Anche l’orecchio andrà educato certo, e sarà necessario procurarsi un adeguato bagaglio culturale. Ma non è detto che debba essere sempre così. A mio parere uno può anche fregarsene. Le cose belle sa riconoscerle chiunque non sia troppo impegnato ad ascoltare le proprio boiate. La musica classica è spesso considerata inavvicinabile, ostica da digerire appena ci si allontana un po’ dai soliti Mozart, Beethoven, Vivaldi, che continuano tra l’altro a pubblicare in edicola in queste collane che tutti iniziano e nessuno finisce. Chi non ha in casa almeno una prima uscita di queste fantomatiche raccolte col cd della Quinta Sinfonia o della Primavera. Per questo voglio consigliare ad esempio un ascolto alternativo, si fa per dire, perlomeno ai suddetti:
La Quinta Sinfonia di Gustav Mahler. In particolar modo il quarto movimento: l’Adagietto. I più attenti riconosceranno subito in questo movimento il tema portante della colonna sonora del film “Morte a Venezia” che Luchino Visconti nel ’71 ha tratto da Thomas Mann.
E’ vivissimo nelle note del compositore Boemo lo stesso senso di disfacimento e smarrimento del decadentismo Manniano, di quella Venezia che si rassegna ad un ineluttabile epidemia, dove anche un ultimo disperato sogno di bellezza pare oramai irraggiungibile. Provate ad ascoltare e poi dite.

"A me mi garba."

Intervista a Riccardo Ruberti

Voglio pubblicare questa intervista che ho realizzato un paio di anni fa con Riccardo Ruberti, giovane pittore livornese che apprezzo veramente, e non solo perchè è un caro amico. Il tema dell'intervista fu la fotografia, ma ne sortì fuori un interessante e imprevista discussione sull'arte, anche grazie all'amico Tiziano Angri.


Arrivo al suo piccolo studio in un quartiere poco raccomandabile di Livorno. Una piccola stanza, senza riscaldamento, difatti Riccardo sta dipingendo coi guanti. Entrarci è come fare un tuffo di testa nell’arte di Riccardo. I quadri sono appesi ovunque, ammassati sulle pareti per la mancanza effettiva di spazio. Ritraggono un mondo minuscolo, fatto di insetti, esseri marini, foglie, il tutto immerso in un atmosfera sospesa, luminosa, resa grazie ad un tratto esperto, minuzioso, quasi maniacale. Da una parte ci sono anche i quadri del ciclo dei secchi coi riflessi che avevo visto sulla rivista. Riccardo lascia il quadro di una mantide religiosa che sta preparando e andiamo a berci un caffè.

Allora Riccardo. Cosa fai con la fotografia, quali sono i tuoi soggetti?
I soggetti che scelgo sono quelli che mi fanno comodo per ciò che faccio con la pittura. Ultimamente ho fatto diverse fotografie, o meglio macrofotografie, di insetti. Prevalentemente sono molto piccoli, ma andando ad ingrandire l’immagine si possono scoprire molti dettagli che l’occhio da solo non vede.
Che strumenti usi?
Utilizzo un obiettivo macro e uno zoom, montati su una macchina Reflex.
Quindi preferisci il supporto analogico?
Si. Ho un modello degli anni 70. Credo fermamente nell’uso del manuale. Come pellicola, come qualità di stampa per il dettaglio il manuale è superiore. Il digitale tende invece a sgranare troppo. Per chi fa pittura soprattutto, e vuole fare un album delle proprie opere è preferibile senza dubbio il supporto analogico per la resa del dettaglio e del cromatismo.
Ma tu utilizzi la fotografia proprio per la realizzazione delle tue opere? In che modo?
Beh questo è un piccolo segreto! No scherzo. Le fotografie che faccio io in pratica sono delle diapositive che poi con l’uso di un proiettore proietto sulla tela. A questo punto procedo a rielaborare l’immagine. Una pratica questa che fa parte un po’ della nuova figurazione degli anni 60-70, ma anche in quella che continua nel ventennio successivo.
Ah quindi ti piacciono artisti come Vespignani?
Esattamente. Amo molto Vespignani come pittore e comunque anche per la sua poetica e il suo pensiero. Ma anche mi piacciono molto Cremonini, Martinelli, Ferroni e tutti quelli a cui si tende a dare il nome di Nuova Figurazione. Mi piace molto questo modo di procedere, lascia libero spazio all’interpretazione, qualsiasi sia il soggetto.
Anche per quanto questo sia piccolo…
Certo. Non è facile cogliere subito questo binomio. Nel mio lavoro la fotografia e la pittura si compensano molto bene: si comprendono e si compensano.
E per i tuoi soggetti lavori seguendo dei cicli? Ricordo che le prime tue opere che ho visto erano una sorta di studio sui riflessi in rappresentazioni di secchi pieni d’acqua.
Si, mi piace fare delle indagini, un po’ come il detective di un film noir! Il mio lavoro segue varie fasi. E la prima fase è senza dubbio quella dell’indagine in cui l’occhio tende più a soffermarsi su di un certo tipo di soggetto. L’approccio è di tipo figurativo. Nel senso che comunque osservo tutto l’oggetto. Invece nella seconda fase dell’indagine l’occhio tende a spostarsi, come fosse una telecamera, e si può soffermare su certi dettagli come la struttura: muscolare o vegetale per fare qualche esempio. È un tipo di osservazione che include ogni cosa. Non esclude nulla. È dal particolare che si cerca di cogliere… l’universale forse. Questo si può leggere anche in chiave filosofica se vogliamo.
Bisogna saper vedere.
Esatto. Apparentemente non si dovrebbe trarre nulla dall’osservazione di un secchio pieno d’acqua. Bisogna saper vedere, in maniera semplice, senza preconcetti. Riprendendo anche ciò che dicevano certi poeti come Montale ad esempio..
Infatti le tue parole mi hanno fatto ripensare subito a Montale. Agli alberi di limoni…
Esattamente. Amo molto Montale. Ricerco quello stesso modo di guardare semplice, quasi primitivo. Qualcosa di personale che viene da un modo personale di vedere le cose. Ciò che faccio io è una sorta si di figurativo però interpretato. Cercando sempre di far uscire ciò che ho dentro io. Alle volte poi non è detto neanche che debba esserci un messaggio a priori. Il messaggio può venire anche durante o addirittura dopo. Dico questo perché credo che sia proprio dal fare pratica che a volte si può dedurre il fare teorico. Invece in molti oggi pensano tutto il contrario. Pensano di arrivare al concettuale partendo dal concettuale. Non credo che possa essere vero. Tutta la mia pittura e la mia fotografia parte da questa idea di ricerca nel reale. Come addirittura dal fondo di questa tazzina di caffè credo possa nascere un pensiero.
Quindi ti capita spesso che un’idea nasca mentre già la stai realizzando?
Si. Parto solitamente con degli studi. Questi studi poi sovrapponendosi creano degli strati: sia strati concreti, di pittura o di disegno, ma anche strati mentali. Il pensiero si stratifica. Anche certi dettagli nella memoria vengono a sovrapporsi e ad aggiungersi a questo pensiero primario da cui sono partito. Come ho detto la mia è un indagine sull’esistenza… con ogni mezzo. Tutto è buono per creare un opera d’arte. Bisogna saperlo riconoscere. Credo che per questo l’indagine sulla realtà sia la cosa primaria. Tutto ciò che faccio viene da questa osservazione, anche se poi questa osservazione verrà filtrata dal mio pensiero o dai miei stati d’animo.
Allora l’uso della macchina è unicamente per un fine pittorico o alle volte anche a scopo puramente fotografico?
Beh credo che alcune mie fotografie possano comunque esistere da sole, a meno che io non aggiunga qualcosa col colore, hanno già vita propria. Nel mio fare pratico la fotografia tende a influenzare molto il dipinto che scaturirà dopo. Nel momento dello scatto si blocca un certo stato d’animo, un certo volto, un comportamento. Si blocca l’immagine di modo che io la possa interpretare. Il processo è piuttosto semplice detto a parole.
(Interviene l’amico Tiziano) Se si pensa che quando è nata la fotografia in molti ritenevano che avrebbe ucciso la pittura, vedere come oggi ne sia divenuta un mezzo a tutti gli effetti: è quasi paradossale. Anche già solo il fatto di dover scegliere una fotografia è qualcosa di personale e soggettivo, selezionarne una tra i miliardi di possibilità, isolarla e contestualizzarla nella propria arte è già di per sé una operazione creativa. Questo processo di contestualizzazione del quotidiano ce lo hanno insegnato i dadaisti. Anche se in quello che facevano erano ludici…
Non ci avevo mai pensato a questa cosa dei dadaisti… è vero. Prendere ciò che ci sembra scontato e dargli un altro significato, un tuo significato.
Per quanto riguarda la figura umana. L’hai affrontata?
Naturalmente.
Hai intenzione di riprenderla prima o poi?
Si, certamente. Quando avrò terminato questo discorso che sto portando avanti adesso..
Trattavi la figura umana anche nelle fotografie?
Certo, è una cosa importantissima. E’ fondamentale affrontarla, i volti, il comportamento, il movimento.
Ho proprio intenzione tra qualche tempo di fare fotografie in giro. Alle persone, ai volti. Magari con uno zoom abbastanza lungo, come quello dei giornalisti per coglierli a loro insaputa.Al massimo della naturalezza.
(T) Bella idea questa. Perché nel fare ritratti viene spesso il desiderio di poter essere invisibili.
Si, quando uno si sente osservato tende comunque a mascherarsi, diventa quasi meccanico nelle azioni.
Quali sono i tuoi modelli di fotografi?
Beh guardo più al passato: vabbè i soliti grandi: Hewitt, Capa, Sciana e comunque un po’ tutti quelli che giravano intorno all’agenzia Magnum. Quelli ci credevano veramente e avevano coraggio. Veri reazionari.
Pensi di esporre le tue foto?
Si penso di si. Tra l’altro ho già esposto qualcosa in passato, beh in occasioni piccole, comunque..
Neanche le avevo realizzate per esporle, le avevo fatte per dipingere e poi…
E l’idea di esporle insieme ai quadri, l’hai mai considerata?
No, non penso di farlo. E’ una cosa che non andrebbe mai fatta. Comunque sarebbe una cosa interessante per quando il mondo sarà migliore..ah ah. A parte gli scherzi, sarà possibile quando il modo artistico capirà finalmente che la fotografia all’arte figurativa serve, come serve all’arte astratta. Per ora non lo capisce nessuno, la società è ancora impreparata.
Spesso viene mal visto l’uso del proiettore, ma io ritengo che se ne possa fare un uso molto molto intelligente. Anche nel passato se vai a vedere, Caravaggio usava la camera oscura.
Sta tutto nel sapere usare la cosa. Serve moltissimo all’interpretazione. Ma la gente, i galleristi soprattutto non sono preparati da questo punto di vista. Gli hanno insegnato a vedere male la cosa.
Se non c’è la mano e il cervello, anche col proiettore puoi fare delle grosse schifezze. Bisogna cambiare il modo di vedere. Questa è la chiave per far nascere una nuova pittura, che lo sia davvero.
Purtroppo in Italia e anche all’estero siamo sempre meno che la vediamo così.
(T) Si è spenta proprio la pittura.
Nell’arte ci puoi cercare tutti i messaggi o i pensieri che vuoi, ma prima è una cosa che ti piace fare. Puoi anche dare un messaggio, ma deve nascere come una cosa che ti scivola via facile. Un’artista ha bisogno di fare quadri come una mamma c’ha bisogno di fare un figliolo.
(T) Comunicazione relativa.
L’unico messaggio è quello di ritrovare il semplice. Questo è quello che vuole esprimere l’ultima mostra che sto finendo di preparare. Insetti, vita fuori e dentro l’acqua…ritrovare l’armonia, anche nel contatto con la natura stessa. Nelle città questo lo perdiamo giorno per giorno, c’è troppo ferro in giro. Diventa sempre più difficile essere semplice.

martedì, febbraio 06, 2007

Il gusto degli altri

“Dipendere dal gusto degli altri è il peso più duro da sopportare per un attore”, perlomeno secondo ciò che ci confessa Clara (Anne Alvaro), attrice di piccoli teatri, sofisticata e colta, oggetto del desiderio del ben più rozzo e ricco industriale Castella (Jean-pierre Bacri). Questa osservazione, che ci pare ovvia nella finzione del teatro, si manifesta ancor più reale nella finzione cinematografica e, come in ogni buon film accade, ben presto si rivela come una verità che riguarda anche noi spettatori. Le storie che si intrecciano in questa pellicola del 2000 si reggono più o meno tutte su questo stesso tema: quanto davvero il giudizio degli altri ci può condizionare? Quanto le nostre scelte, i nostri gusti e i nostri pensieri ci appartengono realmente? Abbiamo sempre il coraggio di dire la nostra opinione a chi ci sta di fronte senza la paura di deludere? Ed è proprio questa sorta di epoché, questa sospensione del giudizio a far si che le suddette storie non giungano mai, perlomeno apparentemente, ad una risoluzione. La sorella di Castella non confesserà mai alla cognata arredatrice che non le piacciono le sue idee riguardo il colore delle carte da parati, e perciò non riuscirà mai a portare a termine l’arredo della sua nuova casa. Le altre questioni del film, ben più serie di questa, daranno alla luce un lietofine, solo in alcuni casi però, in altri dovremmo accontentarci di un più veritiero “rien à faire”. Resta comunque il fatto che questa commedia sentimentale della giovane cineasta e attrice Agnés Jaoui è davvero ben riuscita e ci regala alcuni momenti davvero divertenti, cosa rara oramai per una pellicola francese. La narrazione è asciutta e scorrevole, forse fin troppo contenuta nei toni, ma comunque efficace. Lo stile discreto e misurato non scade mai in esagerazioni ma neanche mai colpisce. Alla fine ciò che resta sono i dialoghi ben scritti (anch’essi ad opera della stessa Jaoui con l’ausilio di Bacri) e le ottime performance degli attori, ma dopotutto già questo è molto. Certamente non ne rimarrete delusi, a meno che non eccediate in aspettative. Buona visione.

info Arsenale


mercoledì 7 febbraio ore 22.30 proiezione del film Pagine del libro di Satana di Carl T. Dreyer e musica dal vivo del trio: Mauro Orselli alle percussioni, Massimo Amazio chitarra midi e live elettronic e Andrea Cattani viola e violino.


Pagine del libro di Satana è il secondo film di Dreyer e racconta la persistenza del male nel mondo in quattro episodi, collocati in altrettante epoche storiche: Satana, spinto da Dio a prendere forma umana, agisce contro le leggi divine.
Un capolavoro che segna una delle tappe più importanti nella costruzione del linguaggio cinematografico. Dreyer sperimenta il montaggio parallelo che sceglie per accentuare l'emotività dell'azione e sottolineare l'irruzione del dramma nella sfera del quotidiano, si avvale di riprese effettuate dall'alto, e soprattutto di panoramiche utilizzate per individuare, con movimenti fluidi ed efficaci, i vari personaggi, o per accompagnare l'azione.
L'accompagnamento musicale dal vivo, si avvarra' non solo di musica d'improvvisazione, ma in parte anche di una partitura scritta appositamente per questo film, da Mauro Orselli che in proposito ha dichiarato: ""Nello scrivere la composizione mi sono ispirato a quella sorta di grande rivoluzione artistica che ha caratterizzato le poetiche del primo Novecento. Pensiamo a Schoenberg e alla dodecafonia, oppure a Scriabin, senza dimenticare il periodo cubista e tridimensionale di Picasso."
Una partitura complessa dove la musica acustica ed elettronica, preregistrata, verrà arricchita dal suono della viola e del violino.


In allegato l'invito per la partecipazione venerdi 9 febbraio alle ore 17.00 presso il cinema Lumiere della presentazione del documentario "L'eredita' di Vito Volterra" regia Stefano Nannipieri, realizzato da Alfea Cinematografica per l'Associazione per la diffusione della Cultura Scientifica "La Limonaia"

giovedì, febbraio 01, 2007

La saga dei palindromi

  • EREDI C'E' DA DECIDERE!
  • AD UNA ROMANA MORA NUDA
  • E' L'ORA PER AMARE PAROLE
  • ERA TIMIDA ANNA AD IMITARE
  • ODORO L'OSSO ROSSO, LO RODO
..... Questo non ha senso di esistere!! non torna perchè è sgrammaticato , ma merita di essere citato per la lunghezza!
  • A VALLE, TRA MASSE EBRE, LA NERA, L'ACCESA D'IRA ETNA TI MOVEVA;L'ETNA GIGANTE, LAVE VOMITANTE. ARIDA SECCA L'ARENA, L'ERBE ESSA MARTELLAVA

mercoledì, gennaio 31, 2007






















Un omaggio a Giulia e Tania che mi hanno regalato questi bellissimi disegni !

martedì, gennaio 30, 2007

La superficie di Dio


Sapevate che qualcuno è riuscito a calcolare la superficie di Dio? L'autore di questa titanica impresa è stato nientepopodimenoche il Dottor Faustroll, colui che è considerato il primo docente di "Patafisica" della storia. La Patafisica è la "scienza" delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità. Questa scienza, sebbene basata su rigorosi assiomi, contrariamente alle altre scienze non si occupa delle regole, ma piuttosto delle eccezioni. Il padre della Patafisica è Alfred Jarry, autore dell'opera "Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, 'Patafisico", che ne è il vero e proprio manifesto, e della pièce teatrale "Ubu cornuto", il cui protagonista è appunto Ubu re, personaggio meschino, crudele e repellente. A Parigi nel 1948 fu fondato il Collegio della Patafisica (il Collège de Pataphysique) e nel 2000 ne è nato uno anche a Londra.
Perchè vi racconto questo? Per invitarvi all'ascolto e alla scoperta del grande compositore francese Eric Satie, di cui proprio oggi ho riascoltato le meravigliose Gymnopédies e le Gnossiennes. La suggestione e il fascino scaturiti da queste brevissime composizioni per pianoforte è incredibile. Nonostante la loro fragile semplicità riescono a rapire e a condurre lontano. Forse proprio perchè in esse si nasconde il segreto dell'inafferrabile leggerezza del pensiero patafisico? Chissà, questo sta a voi scoprirlo. Buon ascolto

eppure sentire (un senso di te)

scrivo il testo di questa canzone che mi ha praticamente stregata... non so se avrà lo stesso effetto...ascoltatela perchè è bellissima e poi è di elisa una garanzia!

A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che nonho
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
Un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
Un senso di te mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te

lunedì, gennaio 29, 2007

La sconosciuta



Ho un film da consigliare. "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore, del 2006. Eccone una breve recensione.

Tornatore vince a Roma il premio del pubblico al nuovo festival del cinema inaugurato quest’anno nella capitale col suo ultimo film “La sconosciuta”, e con esso segna nella sua filmografia anche un ritorno al thriller, o perlomeno in parte... Difatti non si tratta solo di thriller, ma di certo questo ne costituisce la parte più succosa. L’incipit è decisamente intrigante. Il mistero che accompagna l’azione della giovane donna ucraina Irena e dei suoi tentativi di essere assunta come governante nella casa della famiglia di ricchi orafi Adecker basta a tenere inchiodato lo spettatore alla sedia. La suspence aumenta, la donna dimostra di essere pronta a tutto per raggiungere il suo scopo, anche a macchiarsi di un delitto: ma di tutto questo Tornatore ci nega ancora un movente, se non fosse per i brevi flashback che attraversano i primi minuti: schegge di memoria in pochi fotogrammi che ci fanno solo intuire le tracce di un torbido passato, un violento trauma ancora non superato dalla protagonista e da cui probabilmente ancora fugge, ma che non bastano a placare la nostra curiosità.
Il regista riesce a giocare sul filo sottile della tensione con sapiente maestria, senza evidentemente dimenticare la lezione dei grandi maestri, Hitchcock su tutti, sfiorandone spesso la citazione.
Nella seconda metà molte verità vengono alla luce e il ritmo e la tensione calano di conseguenza, il tutto si tinge comunque di intenso melodramma. Le caratteristiche per un film di denuncia non mancano ma il regista decide di non marcare troppo questo aspetto e ci lascia ancora sospesi nel dipanarsi dell’intreccio. Al centro della storia c’è il profondo rapporto che si instaura tra la protagonista e la piccola Tea, la figlia dei coniugi Adecker; un legame che segnerà una svolta nella vita di entrambe e che riuscirà a sopravvivere nel tempo. Sorprese e colpi di scena ce ne sono in abbondanza e c’è anche un finale agrodolce che dopotutto non delude.
La sconosciuta attrice, come da titolo, Xenia Rappenport nel ruolo della protagonista è affascinante ed intensa. Il suo personaggio dosa forza e fragilità, caparbietà e debolezza senza mai eccedere, delineando così un carattere complesso e sfaccettato. Non si può dire lo stesso per tutti gli altri personaggi: il perfido Muffa ad esempio, interpretato dall’irriconoscibile Michele Placido, è decisamente troppo marcato, a tratti addirittura mefistofelico, privo perciò di un verosimile spessore psicologico. Come al solito monodimensionale la Gerini. Malgrado questo il cast è di tutto rispetto: Margherita Buy, Alessandro Haber, Pierfrancesco Favino, accompagnati brillantemente dalla piccola Clara Dossena al suo esordio. Il film scorre senza mai annoiare, sa emozionare, anche grazie alla colonna sonora dell’inossidabile Ennio Morricone, che commenta la vicenda con decisione e che a volte sa trascinare più delle stesse immagini.
Tornatore ci regala perciò nuovamente suspense e coinvolgimento emotivo come non faceva da tempo. Bisogna tornare indietro fino al ‘94 per ritrovare qualcosa del genere, con “Una pura formalità”: allora fu capolavoro. Il Tornatore di oggi, senza dubbio con più esperienza e con più disponibilità di mezzi, non riesce a ripetere quell’impresa, ma confeziona comunque un ottimo film, ben realizzato, non perfetto ma sicuramente da vedere.

Oggi ho assistito ad un seminario tenuto da ARTURO PAOLI, un prete 95enne troppo forte!
ha consigliato un libro:"NUTRIRE LA VITA"

Una riflessione sulla morte

Tu pure, morirai.

La morte è un’immagine per il gusto dei greci di fare immagine ogni evento importante, decisione passata nel cristianesimo che mette sotto la protezione di santi, tutti i passaggi di tempo e tutte le varie attività dell’uomo. Nella cattedrale della mia città natale, Lucca, la morte è l’immagine della giovanissima moglie del signore della città, Paolo Guinigi. L’arte di Jacopo della Quercia schiude la nostra fantasia al ricordo di Francesco Tetrarca davanti alla giovane amata stesa sul letto di morte. “Morte bella parea nel suo bel viso”. Il letto funebre della giovane Ilaria del Carretto è festosamente acceso dalla danza di putti che sostengono una primaverile ghirlanda. La danza pare fermarsi davanti al visitatore preso dall’incanto suscitato da questo considerato uno dei monumenti funebri più belli del nostro rinascimento, con l’avvertimento: non destate, non scuotete dal sonno l’amata finché essa non lo voglia (Ct. 3,7). Vicino a questo monumento funebre, un sepolcro sormontato da un teschio ci ricorda a caratteri greci che “tutte le cose sono mortali, immortale è solo la morte”. “Ricordati uomo, che non puoi sfuggire alla morte”. Un bel libro francese “L’uomo e la morte” che lessi parecchi anni fa, è una rassegna dell’atteggiamento di diverse culture in diversi tempi di fronte alla morte. La morte è un’astrazione, esistono gli esseri umani che si allontanano per sempre dalla convivenza con gli altri. I testimoni di questa scomparsa e di questa assenza, e le varie reazioni di pace, di rivolta, di accettazione rassegnata e talvolta di liberazione per la prossimità ad una sofferenza troppo prolungata e troppo lacerante, è la nostra storia quotidiana.Nell’educazione cattolica la notizia della morte è stata trasmessa avvolta da presagi tenebrosi, basta ricordare l’inno “dies irae” che pure ha avuto commenti musicali celebri. Ricordo un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nell’Arena di Verona diretta dalla bacchetta meravigliosa Georges Prêtre seguita da un silenzio solenne di chiesa sboccato in un applauso finale che sottolineava la profonda emozione del pubblico; ma l’appello finale tenerissimo non cancella l’immagine di un tribunale rigoroso dominato dallo sguardo infallibile di un Dio che scruta le trasgressioni dell’uomo. “Ti ho lasciato la libertà di fare tutto il male di cui sei stato capace, ma ora sei nelle mie mani e non mi sfuggi”. Credo che questo inno sia stato escluso dalla liturgia dei defunti perché quel fratello di Giobbe che si alza come un gigante dalla polvere per interpellare il suo creatore, oggi non esiste sulla faccia della terra. La bestemmia di Giobbe è una preghiera e talvolta, in questa società del denaro e dei consumi, la preghiera può essere una bestemmia. L’uomo di oggi pare disorientato nell’esperienza della sua esistenza ed è più vicino al Giobbe disorientato di fronte al mistero, che al Giobbe che ha conosciuto il Dio amore che sembra eclissato dalla sua vita: uno muore in piena salute – tutto tranquillo e prospero – i suoi fianchi sono coperti di grasso – il midollo delle sue ossa è ben nutrito – Un altro muore con amarezza, con amarezza in cuore senza mai aver gustato il bene – nella polvere giacciono insieme i vermi li ricoprono (Gb. 21). Nel “dies irae” risuona questo confronto drammatico: tutte le azioni compiute sulla terra sono sotto i tuoi occhi e ci accusano. La chiesa sa che l’epoca di questi giganti della fede che guardano il sole ad occhi aperti ed osano rimproverarlo: troppa luce per il nostro sguardo, è tramontata per sempre e il grande inno medievale è solo una grandiosa scena di un’epoca lontana. Resta ancora, sempre più flebile, l’uso di scongiurare la paura della morte depositando nel banco dello Spirito Santo dei titoli valevoli nell’aldilà. Un libro molto gustoso rappresenta un mercante di Prato che corre affannosamente alla ricerca di accumulare soldi perché vuole assicurarsi una vecchiaia comoda e felice; ma arrivato agli ultimi tempi si accorge che presto batterà alla porta della morte, e la paura gli porta via tutti i soldi accumulati con furba capacità.Un’angoscia profonda riempie oggi il vuoto scavato dalla perdita del senso vero ed unico dell’esistenza, la gioia. La morte diffusa dall’uomo sulle cose create e su gli esseri umani (un bambino muore di fame ogni otto secondi) denunzia questa angoscia che rode il cuore dell’uomo specialmente quello definito felice perché sazio. A proposito di morte, leggendo un filosofo francese (1) mi ha colpito la scoperta che un saggio cinese vissuto tre secoli prima di Cristo, Zhuangzi, che parla dell’essere umano come di un corpo abitato da un soffio celeste. Questa notizia mi ha fatto trasalire di gioia perché da tempo la mia spiritualità è orientata da due consigli-ordini che Paolo rivolge ai cristiani: “Non rendete triste lo Spirito” (Ef.4,3); “Non spengete lo Spirito” ( 1Tess. 5,19).La tristezza dello Spirito-Soffio mi ha portato all’immagine di un uccello catturato in una gabbia, che sbatte tutto il suo corpo vivacemente sulle sbarre e cade sul fondo triste perché non potrà più tornare allo spazio celeste che è il suo. E il soffio si spenge per sempre per un mucchio di pietre che l’esistente vi ha gettato sopra. Questo indirizzo di spiritualità offre dei vantaggi: il primo, il fatto di essere di una semplicità che dispensa da letture, da scuole, da maestri perché il solo compito lasciato al credente è solo quello di liberare il soffio per affidarlo ad un altro Soffio potente, sicuro, che lo guida e lo travolge: “Voi non siete più sotto il dominio della carne ma dello Spirito…se vivete secondo la carne, voi morirete, se invece con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere della carne, voi vivrete” (Rm.8). Il secondo dono di questa spiritualità è che al posto di maestri che spesso accumulano pesi sopra altri pesi, potete incontrare un amico che vi aiuti a liberare il soffio dagli intralci che lo tengono schiavo. Vi aiuterà, se il soffio si muove in lui, con libertà. Allora la morte non esiste più. Il solo maestro che noi dobbiamo riconoscere come l’unico, Gesù, a Nicodemo che gli chiede timidamente di essere il suo direttore spirituale, risponde: “Il vento soffia dove vuole, e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (Gv.3,7). Accogliere nel silenzio e meditare queste parole e farle metodo della nostra preghiera e della nostra crescita nell’amore, vuol dire liberarci definitivamente dalla morte. Allora è da adulti aver paura del nulla?
(1) “Nutrire la vita”, François Jullien, Raffaello Cortina Editore

domenica, gennaio 28, 2007

Benvenuti...

Benvenuti in uno spazio amichevole, in una sorta di caffè virtuale, dove potrete raccontare storie, far due chiacchere come al bar, parlare di ciò che più vi interessa,consigliare e proporre film, musica, libri, articoli, eventi, sagre, mostre e convegni....a voi la parola!!