
Ma i problemi tecnici di trasmissione incombono.
Speriamo che duri.
per dare voce all'arte in tutte le sue forme per il gusto di carpire tutti gli aromi del sapere.. la parola a voi!


Semplicemente magnetico..




Si tratta di un film straordinario, coraggioso e caparbio nel perseguire il proprio scopo. Quella che Francesca Comencini racconta è una storia di tutti i giorni, terribilmente comune, nata per l’appunto dalle vere testimonianze di lavoratori che hanno denunciato le vessazioni subite sul posto di lavoro. La quotidianità delle situazioni descritte è raggelante, ci troviamo di fronte ad una narrazione asciutta, esigua, ridotta ai minimi termini. La macchina da presa quasi scompare, si spoglia di ogni orpello stilistico e abbraccia la crudezza del documentario. Nicoletta Braschi, finalmente dimessi gli abiti da fatina, interpreta alla grande la madre lavoratrice che resiste con forza e ostinazione alle persecuzioni e alle angherie di un ambiente di lavoro ostile. Casi di mobbing, casi che accadono ogni giorno e troppe volte passano inosservati. La condizione di chi per “arrivare alla fine del mese” è costretto ad accettare compromessi, ad abbassare la testa e rinunciare poco a poco anche alla propria dignità. La storia tratta non solo gli aspetti lavorativi. Il rapporto madre-figlia è reso con disarmante veridicità: non viene tralasciato quell’affannoso confronto col peso delle piccole cose di tutti i giorni (il rientro a casa la sera o il saggio alla scuola di danza). La bimba, Camille Dugay (in realtà la figlia della regista), ha talento da vendere.
collega che cerca di nascondere i segni della sua recente gravidanza) : lo spettatore ben presto si riconosce anch’egli perso in quella massa indifferente che scivola a fianco della vita degli “altri” e per gli “altri” non ha tempo.
Un ascolto “impegnativo” non richiede sempre e comunque uno sforzo mentale, non deve essere sempre per forza un sacrificio. Anche l’orecchio andrà educato certo, e sarà necessario procurarsi un adeguato bagaglio culturale. Ma non è detto che debba essere sempre così. A mio parere uno può anche fregarsene. Le cose belle sa riconoscerle chiunque non sia troppo impegnato ad ascoltare le proprio boiate. La musica classica è spesso considerata inavvicinabile, ostica da digerire appena ci si allontana un po’ dai soliti Mozart, Beethoven, Vivaldi, che con
tinuano tra l’altro a pubblicare in edicola in queste collane che tutti iniziano e nessuno finisce. Chi non ha in casa almeno una prima uscita di queste fantomatiche raccolte col cd della Quinta Sinfonia o della Primavera. Per questo voglio consigliare ad esempio un ascolto alternativo, si fa per dire, perlomeno ai suddetti:
E’ vivissimo nelle note del compositore Boemo lo stesso senso di disfacimento e smarrimento del decadentismo Manniano, di quella Venezia che si rassegna ad un ineluttabile epidemia, dove anche un ultimo disperato sogno di bellezza pare oramai irraggiungibile. Provate ad ascoltare e poi dite.
Arrivo al suo piccolo studio in un quartiere poco raccomandabile di Livorno. Una piccola stanza, senza riscaldamento, difatti Riccardo sta dipingendo coi guanti. Entrarci è come fare un tuffo di testa nell’arte di Riccardo. I quadri sono appesi ovunque, ammassati sulle pareti per la mancanza effettiva di spazio. Ritraggono un mondo minuscolo, fatto di insetti, esseri marini, foglie, il tutto immerso in un atmosfera sospesa, luminosa, resa grazie ad un tratto esperto, minuzioso, quasi maniacale. Da una parte ci sono anche i quadri del ciclo dei secchi coi riflessi che avevo visto sulla rivista. Riccardo lascia il quadro di una mantide religiosa che sta preparando e andiamo a berci un caffè.
“Dipendere dal gusto degli altri è il peso più duro da sopportare per un attore”, perlomeno secondo ciò che ci confessa Clara (Anne Alvaro), attrice di piccoli teatri, sofisticata e colta, oggetto del desiderio del ben più rozzo e ricco industriale Castella (Jean-pierre Bacri). Questa osservazione, che ci pare ovvia nella finzione del teatro, si manifesta ancor più reale nella finzione cinematografica e, come in ogni buon film accade, ben presto si rivela come una verità che riguarda anche noi spettatori. Le storie che si intrecciano in questa pellicola del 2000 si reggono più o meno tutte su questo stesso tema: quanto davvero il giudizio degli altri ci può condizionare? Quanto le nostre scelte, i nostri gusti e i nostri pensieri ci appartengono realmente? Abbiamo sempre il coraggio di dire la nostra opinione a chi ci sta di fronte senza la paura di deludere? Ed è proprio questa sorta di epoché, questa sospensione del giudizio a far si che le suddette storie non giungano mai, perlomeno apparentemente, ad una risoluzione. La sorella di Castella non confesserà mai alla cognata arredatrice che non le piacciono le sue idee riguardo il colore delle carte da parati, e perciò non riuscirà mai a portare a termine l’arredo della sua nuova casa. Le altre questioni del film, ben più serie di questa, daranno alla luce un lietofine, solo in alcuni casi però, in altri dovremmo accontentarci di un più veritiero “rien à faire”. Resta comunque il fatto che questa commedia sentimentale della giovane cineasta e attrice Agnés Jaoui è davvero ben riuscita e ci regala alcuni momenti davvero divertenti, cosa rara oramai per una pellicola francese. La narrazione è asciutta e scorrevole, forse fin troppo contenuta nei toni, ma co
munque efficace. Lo stile discreto e misurato non scade mai in esagerazioni ma neanche mai colpisce. Alla fine ciò che resta sono i dialoghi ben scritti (anch’essi ad opera della stessa Jaoui con l’ausilio di Bacri) e le ottime performance degli attori, ma dopotutto già questo è molto. Certamente non ne rimarrete delusi, a meno che non eccediate in aspettative. Buona visione. 